Quale spazio per la salute delle donne con background migratorio?

mercoledì 16 Settembre 2026

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Lo stato di salute e di benessere non dipende solo da fattori clinici, ma anche da condizioni abitative, situazione amministrativa, presenza di reti di supporto e livelli di fiducia nei servizi. Per le donne con background migratorio questi elementi si intrecciano secondo una logica intersezionale, in cui il genere, lo status migratorio e la posizione socioeconomica interagiscono nel produrre possibilità in termini di salute e accesso alle cure.

È da questa riflessione che ha preso avvio, il 22 giugno presso l’EPYC – European Palermo Youth Centre di Palermo il primo di un ciclo di tre appuntamenti. In questa giornata sono intervenute due professioniste dell'Ospedale Civico di Palermo, Lucia Siracusa (medica infettivologa presso UOSD Patologie Infettive Popolazioni Vulnerabili) ed Emanuela Sanfratello (assistente sociale), con cui si è discusso su come si possono costruire percorsi sociosanitari integrati e analizzare quali sono gli strumenti e le figure necessarie per garantire un'adeguata offerta del servizio sanitario a donne con background migratorio. È stata condivisa e ribadita l'importanza di alcune buone pratiche fondamentali per garantire una presa in carico efficace. Tra queste:

  • l'accesso tempestivo alle cure senza necessità di prenotazione o prescrizione medica per le persone che ne hanno bisogno
  • la presenza quotidiana di un servizio di mediazione interculturale
  • la possibilità di usufruire gratuitamente di screening per le infezioni sessualmente trasmissibili.

Accanto agli interventi adottati all'interno delle singole strutture sanitarie, è stata sottolineata la centralità di una rete territoriale integrata, capace di riconoscere e rispondere ai bisogni specifici delle donne con background migratorio, promuovendone un benessere complessivo che vada oltre la sola dimensione clinica. In quest'ottica, è emersa l'importanza di rafforzare la collaborazione tra i servizi sanitari e gli altri attori del territorio, favorendo una comunicazione efficace e percorsi di presa in carico condivisi con servizi in grado di adottare approcci sensibili al genere e al percorso migratorio. Pur riconoscendo l'esistenza di una rete territoriale già in comunicazione, composta da vari enti del terzo settore, organizzazioni non governative, sportelli sociali o consultori è stata evidenziata la necessità di rendere sistematiche, all'interno di tutti i presidi sanitari, procedure di referral verso servizi di supporto sociale. Tali procedure dovrebbero consentire di orientare le donne con background migratorio verso risorse adeguate ai loro bisogni, garantendo interventi coordinati in grado di integrare la prospettiva di genere con quella migratoria.

È proprio in questa direzione che si è concentrato il secondo appuntamento dedicato al riconoscimento e alla prevenzione della violenza di genere e al funzionamento della rete territoriale discutendo del ruolo dei Centri Antiviolenza (CAV), dei consultori familiari e degli altri servizi (sanitari e sociali) per prevenire la violenza di genere. A raccontare il lavoro che svolgono i Centri Antiviolenza è stata la dottoressa Azzurra Tramonti del CAV Lia Pipitone dell’Associazione Millecolori ETS, con una panoramica su iter di presa in carico, strumenti adottati e composizione dell'équipe multidisciplinare, oltre che sui percorsi di uscita dalla violenza o di supporto nel tempo. Un focus specifico, grazie all’intervento di due mediatrici linguistico culturali (dottoressa Zineb Cheikhe dottoressa Francesca Tilotta) è stato dedicato al ruolo di queste nell'emersione dei casi di violenza di genere.

In ambito sanitario, la mediazione è stata descritta come uno strumento chiave per costruire fiducia tra operatrici del settore salute e donne con background migratorio, per intercettare episodi sommersi di violenza di genere e per contrastare casi di violenza sanitaria esercitata nei confronti di queste. È stato inoltre sottolineato come l'assenza di personale di mediazione rappresenti essa stessa un fattore di rischio per la presa in carico: senza una mediazione linguistico-culturale adeguata, aumenta la probabilità che episodi di violenza restino sommersi, che le informazioni cliniche non vengano comunicate adeguatamente e che si crei una distanza di fiducia tra la donna e il servizio sanitario. In questo contesto è necessario riflettere su come sia necessaria la presenza e la formazione di mediatrici formate sui temi della violenza di genere per garantire prese in carico basate realmente sul consenso informato e sul rispetto della loro autodeterminazione.

Il ciclo di incontri si è concluso il 2 luglio con un appuntamento online dedicato all'etnopsicologia, alla mediazione linguistico-culturale e agli strumenti di cura per chi opera in questo campo, incontro tenuto dalla psicoterapeuta Maria Chiara Monti. Oltre a ribadire l'importanza di un approccio transculturale nei percorsi di supporto, l'incontro ha affrontato la relazione tra le professioniste e le donne con background migratorio che accompagnano, condividendo l'esigenza di costruire percorsi di presa in carico che sappiano tutelare anche chi li conduce, imparando a riconoscere i segnali di stanchezza e di eccessivo coinvolgimento emotivo che possono emergere in questo lavoro.

Dai tre appuntamenti è emerso come l'accesso alla salute, la protezione dalla violenza di genere e la mediazione interculturale funzionano oggi soprattutto grazie all'impegno di singoli servizi e professioniste, più che attraverso procedure sistematiche e condivise su tutto il territorio. Rendere strutturali il referral tra sanità e servizi sociali, investire sulla presenza di mediazione linguistico-culturale e nella formazione specifica su violenza di genere è augurabile che siano invece procedure sistematiche applicabili dai presidi sanitari e i servizi sociali del territorio per promuovere relazioni di fiducia, continuità e autodeterminazione.

A proposito di SIS-Hubs

SIS-Hubs – Sorority, Integration and Support for women and girls through community-based Programmes è un progetto finanziato dal programma AMIF dell’Unione europea (AMIF-2024-TF2-AG-THB, DIREZIONE GENERALE PER LA MIGRAZIONE E GLI AFFARI INTERNI).

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