Articolo de La Repubblica sui volontari CESIE

giovedì 4 Novembre 2010

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Volontari CESIE su La RepubblicaRiportiamo un articolo uscito oggi 4 novembre 2010 su Metropolis – La Repubblica circa i nostri volontari.

L’articolo è disponibile qui per il download.

Una squadra di tutor per gli immigrati

Volontari laureati arrivano dall’estero per aiutare i connazionali di Palermo

SAMBIT Sasmal ha 25 anni e arriva dall’India. Non ha mai lasciato il suo Paese prima d’ora e pensa di essere fortunato rispetto agli stranieri che ha conosciuto in questa città. Senza il permesso di soggiorno in tasca, accompagnati costantemente dalla paura di essere rispediti indietro. Uomini e donne ai margini che Sasmal incontra ogni giorno al centro Ubuntu, al Giardino di Madre Teresa e al centro Santa Chiara. Genitori dei bambini di cui il giovane indiano si occupa all’interno del progetto di servizio di volontariato europeo che sta seguendo da qualche mese in città. Straniero per aiutare gli stranieri meno fortunati da lui. «È un’esperienza molto forte — dice il ragazzo che in tasca ha un master in Letteratura e in Management — Sono persone che non hanno potuto studiare e che cercano un lavoro per dare da mangiare ai loro figli. Trattate spesso come criminali perché non sono in regola. Mi occupo dei loro bambini, faccio quello che i genitori non possono fare. Nel mio Paese lavoro con un’associazione che si occupa di bambini disabili. Nel futuro, anche dopo questa esperienza a Palermo, spero di poter avviare un istituto per bambini a rischio». Come Sasmal, sono una quindicina i ragazzi, dai 18 ai 30 anni, provenienti da tutto il mondo, impegnati in questo momento in città per lo Sve (servizio volontario europeo), organizzato e coordinato in Sicilia dal Cesie (centro studi e iniziative europeo). «È un processo di formazione articolato — dice Vito La Fata, presidente del Cesie — sono ragazzi portatori di intercultura e di integrazione. Questi progetti sono una forma di lotta alla discriminazione ». Così, nei centri aggregativi della città che si occupano di immigrati, in questi mesi gli extracomunitari hanno trovato una faccia amica. «Quando mi vedono — dice Bouba Dieme, 26 anni del Senegal — si sentono a casa. Sono come loro, arrivo dal loro Paese, parlo la loro lingua. Non hanno diffidenza. In Senegal lavoro come commercialista e mi occupo di sviluppo sostenibile partendo dai bambini. Questo è il mio primo viaggio fuori dal Senegal e non mi aspettavo di trovare qui tanti miei connazionali». Un modo per sentirsi utili. «All’inizio osservavo soltanto — racconta Sagar Patmak del Nepal — adesso i bambini mi corrono incontro, mi cercano. È davvero gratificante. Quando lavori in questi ambienti hai un riscontro immediato». Ma anche un’occasione per imparare l’italiano e sognare, perché no, una carriera da diplomatici, partendo appunto dall’aiuto al prossimo. «Ho una laurea in Economia — dice Marianna Zaharia di 22 anni che arriva dalla Moldavia — e questo periodo qui mi ha fatto capire che in futuro voglio occuparmi di sociale. Palermo è una città strana, vivo nel centro storico e ancora non ho capito se è davvero multietnica, o se invece le comunità sono chiuse e separate dal resto. C’è ancora molto da fare in questa direzione». Secondo Maja Brkusanin che arriva dalla Serbia il segreto della vera integrazione è lo scambio. «Siamo qui — dice — per dare una mano agli stranieri come noi, e per formarci nel mondo del lavoro. Si parte da questi centri aggregativi per gli immigrati per pensare ai grandi progetti di cooperazione internazionale ».

SAMBIT Sasmal ha 25 anni e arriva
dall’India. Non ha mai lasciato
il suo Paese prima d’ora e pensa di
essere fortunato rispetto agli stranieri
che ha conosciuto in questa
città. Senza il permesso di soggiorno
in tasca, accompagnati costantemente
dalla paura di essere rispediti
indietro. Uomini e donne
ai margini che Sasmal incontra
ogni giorno al centro Ubuntu, al
Giardino di Madre Teresa e al centro
Santa Chiara. Genitori dei
bambini di cui il giovane indiano
si occupa all’interno del progetto
di servizio di volontariato europeo
che sta seguendo da qualche mese
in città. Straniero per aiutare gli
stranieri meno fortunati da lui.
«È un’esperienza molto forte —
dice il ragazzo che in tasca ha un
master in Letteratura e in Management
— Sono persone che non
hanno potuto studiare e che cercano
un lavoro per dare da mangiare
ai loro figli. Trattate spesso
come criminali perché non sono
in regola. Mi occupo dei loro bambini,
faccio quello che i genitori
non possono fare. Nel mio Paese
lavoro con un’associazione che si
occupa di bambini disabili. Nel futuro,
anche dopo questa esperienza
a Palermo, spero di poter
avviare un istituto per bambini a
rischio». Come Sasmal, sono una
quindicina i ragazzi, dai 18 ai 30
anni, provenienti da tutto il mondo,
impegnati in questo momento
in città per lo Sve (servizio volontario
europeo), organizzato e
coordinato in Sicilia dal Cesie
(centro studi e iniziative europeo).
«È un processo di formazione
articolato — dice Vito La Fata,
presidente del Cesie — sono ragazzi
portatori di intercultura e di
integrazione. Questi progetti sono
una forma di lotta alla discriminazione
».
Così, nei centri aggregativi della
città che si occupano di immigrati,
in questi mesi gli extracomunitari
hanno trovato una faccia
amica. «Quando mi vedono —
dice Bouba Dieme, 26 anni del Senegal
— si sentono a casa. Sono
come loro, arrivo dal loro Paese,
parlo la loro lingua. Non hanno
diffidenza. In Senegal lavoro come
commercialista e mi occupo di
sviluppo sostenibile partendo dai
bambini. Questo è il mio primo
viaggio fuori dal Senegal e non mi
aspettavo di trovare qui tanti miei
connazionali». Un modo per sentirsi
utili. «All’inizio osservavo soltanto
— racconta Sagar Patmak
del Nepal — adesso i bambini mi
corrono incontro, mi cercano. È
davvero gratificante. Quando lavori
in questi ambienti hai un riscontro
immediato».
Ma anche un’occasione per imparare
l’italiano e sognare, perché
no, una carriera da diplomatici,
partendo appunto dall’aiuto al
prossimo. «Ho una laurea in Economia
— dice Marianna Zaharia
di 22 anni che arriva dalla Moldavia
— e questo periodo qui mi ha
fatto capire che in futuro voglio
occuparmi di sociale. Palermo è
una città strana, vivo nel centro
storico e ancora non ho capito se è
davvero multietnica, o se invece le
comunità sono chiuse e separate
dal resto. C’è ancora molto da fare
in questa direzione». Secondo
Maja Brkusanin che arriva dalla
Serbia il segreto della vera integrazione
è lo scambio. «Siamo qui —
dice — per dare una mano agli
stranieri come noi, e per formarci
nel mondo del lavoro. Si parte da
questi centri aggregativi per gli
immigrati per pensare ai grandi
progetti di cooperazione internazionale
».Riportiamo di seguito un articolo uscito su Metropolis – La Repubblica circa i nostri volontari.

L’articolo è disponibile anche qui per il download.

SAMBIT Sasmal ha 25 anni e arriva dall’India. Non ha mai lasciato il suo Paese prima d’ora e pensa di essere fortunato rispetto agli stranieri che ha conosciuto in questa città. Senza il permesso di soggiorno in tasca, accompagnati costantemente dalla paura di essere rispediti indietro. Uomini e donne ai margini che Sasmal incontra ogni giorno al centro Ubuntu, al Giardino di Madre Teresa e al centro Santa Chiara. Genitori dei bambini di cui il giovane indiano si occupa all’interno del progetto di servizio di volontariato europeo che sta seguendo da qualche mese in città. Straniero per aiutare gli stranieri meno fortunati da lui. «È un’esperienza molto forte — dice il ragazzo che in tasca ha un master in Letteratura e in Management — Sono persone che non hanno potuto studiare e che cercano un lavoro per dare da mangiare ai loro figli. Trattate spesso come criminali perché non sono in regola. Mi occupo dei loro bambini, faccio quello che i genitori non possono fare. Nel mio Paese lavoro con un’associazione che si occupa di bambini disabili. Nel futuro, anche dopo questa esperienza a Palermo, spero di poter avviare un istituto per bambini a rischio». Come Sasmal, sono una quindicina i ragazzi, dai 18 ai 30 anni, provenienti da tutto il mondo, impegnati in questo momento in città per lo Sve (servizio volontario europeo), organizzato e coordinato in Sicilia dal Cesie (centro studi e iniziative europeo). «È un processo di formazione articolato — dice Vito La Fata, presidente del Cesie — sono ragazzi portatori di intercultura e di integrazione. Questi progetti sono una forma di lotta alla discriminazione ». Così, nei centri aggregativi della città che si occupano di immigrati, in questi mesi gli extracomunitari hanno trovato una faccia amica. «Quando mi vedono — dice Bouba Dieme, 26 anni del Senegal — si sentono a casa. Sono come loro, arrivo dal loro Paese, parlo la loro lingua. Non hanno diffidenza. In Senegal lavoro come commercialista e mi occupo di sviluppo sostenibile partendo dai bambini. Questo è il mio primo viaggio fuori dal Senegal e non mi aspettavo di trovare qui tanti miei connazionali». Un modo per sentirsi utili. «All’inizio osservavo soltanto — racconta Sagar Patmak del Nepal — adesso i bambini mi corrono incontro, mi cercano. È davvero gratificante. Quando lavori in questi ambienti hai un riscontro immediato». Ma anche un’occasione per imparare l’italiano e sognare, perché no, una carriera da diplomatici, partendo appunto dall’aiuto al prossimo. «Ho una laurea in Economia — dice Marianna Zaharia di 22 anni che arriva dalla Moldavia — e questo periodo qui mi ha fatto capire che in futuro voglio occuparmi di sociale. Palermo è una città strana, vivo nel centro storico e ancora non ho capito se è davvero multietnica, o se invece le comunità sono chiuse e separate dal resto. C’è ancora molto da fare in questa direzione». Secondo Maja Brkusanin che arriva dalla Serbia il segreto della vera integrazione è lo scambio. «Siamo qui — dice — per dare una mano agli stranieri come noi, e per formarci nel mondo del lavoro. Si parte da questi centri aggregativi per gli immigrati per pensare ai grandi progetti di cooperazione internazionale ».

Articolo di Claudia Brunetto.

Il vernissage EU-CARES: conflitto urbano in fotografia analogica

Il vernissage EU-CARES: conflitto urbano in fotografia analogica

Fotograferei macchine in doppia fila, parcheggi fantasiosi, attraversamenti pedonali, tubi rotti, sporcizia, detriti, edifici cadenti e murales. Queste immagini, emerse dal workshop “Storytelling through Photography” di EU-CARES, rappresentano il conflitto urbano nel percorso da casa a lavoro. Il laboratorio di fotografia analogica Kamera Lab ha esposto le creazioni dei partecipanti, attirando e coinvolgendo i passanti.

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