Educazione alla salute mestruale: mestruazioni, disuguaglianze e diritto alla salute

giovedì 28 Maggio 2026

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Ogni mese, quasi 2 miliardi di persone nel mondo hanno le mestruazioni. Eppure continuiamo a chiamarle le mie cose. In occasione della Giornata internazionale dell’igiene mestruale del 28 maggio, torna con forza la necessità di riportare questo tema al centro del dibattito pubblico – dove la salute mestruale resta uno dei temi più invisibili.

Non è solo una questione di linguaggio o imbarazzo: ciò che non nominiamo diventa marginale, e ciò che è marginale finisce per essere ignorato – nelle politiche, nell’educazione, nei diritti.

Le mestruazioni non sono un’esperienza universale al femminile, ma una realtà complessa che attraversa corpi, identità e condizioni diverse. E quando la società non riconosce questi corpi – che siano donne cisgender, persone trans, o non binarie – costruisce barriere che vanno ben oltre il piano simbolico: limitano l’accesso sia a beni e servizi anche medici essenziali sia all’informazione e alla partecipazione sociale.

Accesso e disuguaglianze: la povertà mestruale

Parlare di ciclo mestruale significa parlare anche di diritti umani. Le Linee guida internazionali sull’educazione alla sessualità di UNESCO sottolineano come la salute sessuale e riproduttiva debba essere parte integrante dei percorsi educativi, includendo temi fondamentali come anatomia, pubertà, riproduzione e immagine corporea. Tuttavia, questi standard non sono ancora pienamente applicati e, in molti contesti, la mancanza di accesso a informazioni e risorse adeguate impedisce di garantire questo diritto.

In questo scenario si inserisce la realtà della cosiddetta povertà mestruale: in Italia in 2024, solo il 22% delle persone dichiara di avere sempre a disposizione i prodotti mestruali preferiti, mentre il 16% non può permetterseli mai o solo raramente – in un contesto in cui i prodotti mestruali continuano a essere tassati come se non fossero beni di prima necessità. Inoltre, il 43% non dispone sempre di una quantità sufficiente di prodotti. La situazione è ancora più critica se si considerano le condizioni igieniche: solo il 15% ha sempre accesso a spazi adeguati per cambiarsi, lavarsi e smaltire i prodotti. In altre parole, oltre 8 persone su 10 non possono gestire il ciclo in modo dignitoso in ogni momento.

Questi dati evidenziano come la salute mestruale non sia ancora riconosciuta pienamente come un diritto fondamentale. Quando mancano accesso, spazi e informazioni, il ciclo mestruale si trasforma in un fattore concreto di disuguaglianza ed esclusione: le studentesse italiane perdono in media 6,2 giorni di scuola all’anno a causa dei dolori mestruali, mentre le donne si assentano dal lavoro per una media di 5,6 giorni all’anno. Nonostante questo, il mondo del lavoro resta ancora indietro: in assenza di una normativa nazionale, solo poche aziende hanno introdotto misure specifiche di supporto.

Ma allora, come costruire contesti educativi, lavorativi e sociali che riconoscano i bisogni delle persone senza trasformarli in motivo di esclusione?

Verso il cambiamento: quando le nuove generazioni sfidano i tabù

Negli ultimi anni stanno emergendo segnali di cambiamento, soprattutto grazie all’impegno delle nuove generazioni. In Italia, alcune scuole superiori hanno introdotto il congedo didattico mestruale, ovvero la possibilità di assentarsi fino a due giorni al mese in presenza di dolori mestruali intensi e certificati, senza che queste assenze incidano sul percorso scolastico.

Molte di queste iniziative non sono nate da interventi istituzionali, ma dall’attivismo di gruppi studenteschi, che hanno portato le mestruazioni fuori dalla sfera privata e rendendole oggetto di discussione pubblica. Le persone giovani non stanno soltanto chiedendo nuovi strumenti di tutela, ma stanno anche mettendo in discussione il modo in cui la società affronta il rapporto tra salute, benessere e partecipazione.

Educazione sessuale e affettiva: uno strumento chiave

Le disuguaglianze legate alla salute mestruale non possano essere affrontate senza partire da un elemento chiave: l’accesso a un’educazione sessuale e affettiva inclusiva e basata sui diritti, fondamentale per prevenire stigma, disinformazione ed esclusione fin dall’età giovanile.

I dati confermano infatti quanto il tema delle mestruazioni sia ancora circondato da imbarazzo e silenzio: più di 4 persone su 10 non si sentono sempre a proprio agio nell’utilizzare parole come “mestruazioni” o “ciclo mestruale”

Le linee guida dell’UNESCO sono chiare: un’educazione sessuale e affettiva per essere efficace deve creare spazi di dialogo, confronto e apprendimento, in cui le persone giovani possano fare domande, esprimere dubbi e confrontarsi con figure adulte ed esperte in modo sicuro e non giudicante.

In questa direzione si inserisce Bottom-Up Talks, che risponde alla necessità di creare spazi sicuri di dialogo e confronto per le persone giovani attraverso le Consulte giovanili (Youth Advisory Boards – YAB). Il progetto rafforza il supporto tra pari per promuovere l’Educazione Sessuale e Affettiva e sensibilizzare sulla violenza di genere, con attività di educazione tra pari e percorsi di formazione da e per giovani.

Oggi non servono limiti o censure: servono programmi strutturati, accessibili e adeguati a ogni età. Se vogliamo costruire una società più equa, inclusiva e fondata sulla giustizia, dobbiamo lavorare insieme per garantire il diritto all’educazione sessuale e affettiva per tutte le persone.

A proposito di BOTTOM-UP TALKS

BOTTOM-UP TALKS – Preventing teen-dating and school-related gender-based violence and promoting psychological well-being from the bottom-up è finanziato dal programma CERV-2024-DAPHNE.

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