Mondi: chi sono i Mandinga?Testimonianza di Chiara, volontaria italiana in Senegal con il progetto Voices from Around the world III del CESIE.

“Entrare in un mondo nuovo è come entrare in un mistero che può nascondere un’infinità di labirinti, di recessi, di enigmi ed incognite”
Arrivare è un lungo viaggio.

La nave parte di notte da Dakar, scende dalle aride fasce nord al confine col Sahara fino alle verdi e mistiche terre della Casamance e risalendo l’omonimo fiume, l’oceano alle spalle, approda il mattino sucessivo a Ziguinchor. Per arrivare a destinazione però bisogna salire su un sept palce, un’arruginitissima pegeaut a 7 posti, che abbandonando l’aria fresca e la vita frizzante di Ziguinchor, si addentra per 4 ore verso l’interno, fino alle rosse e assolate strade di Sédhiou. Qui siamo nella media-alta Casamance, e Sédhiou ne è la città principale da quando, nel 2008, è diventata regione, almeno sulle carte.

Può capitare, mentre viaggi, che ti chiedano dove vai, dove abiti e quando rispondi ‘a Sédhiou’, pochissimi potranno dirti di esserci stati. C’è chi domanda ‘Sédiou? Cosa c’è a Sédhiou?’,‘Sédhiou è un grande villaggio giusto?’; e c’è chi, invece, ripete uno stereotipo, che ricorre come una cantilena e riguarda i Mandinga, il gruppo socio-linguistico maggioritario in quest’area. “Presso i mandinga, vedrai, gli uomini non fanno nulla, sono le donne a fare tutto”, “gli uomini sono sempre seduti o sdraiati a bere il thé, mentre le donne lavorano nei campi e a casa”. Altre volte, invece, ti domandano: ‘ma è vero che laggiù solo le donne lavorano?’, come a voler aggiungere conferme a questo cliché o a voler stabilire una sorta di complicità con te tubab, donna bianca, emancipata per latitudine geografica.

In questo un gioco di specchi fatto di preconcetti culturali e immagine stereotipate dell’Altro, non ha molto senso cercar del vero; più interessante per me, per l’esperienza che ho fatto, è il fuoco del discorso: la donna e le sue dure condizioni di vita.

Mariama è mia sorella a Sédhiou, è molto giovane: ha 19, no 20, forse 24 anni. Qui tutti i ragazzi e le ragazze mentono sulla loro età, nel presentarsi o nei documenti, a fini burocratici, per riuscire a iscriversi al liceo e poter così sostenere il Bac (la maturità) anche se sono 5 anni più vecchi. Ma Mariama non va a scuola, vive con la famiglia di sua sorella Fatu e frequenta saltuariamente un corso d’informatizzazione. Non le piace molto Sédhiou, rimpiange un po’ la vita più stimolante che faceva a Ziguinchor, però le è rimasto solo il padre, Fatu aveva bisogno d’aiuto e così è venuta a Sédhiou e insieme alla sorella si occupa a tempo pieno della casa, dei due bimbi e di noi tre volontarie. La osservo spesso e mentre imparo a conoscerla non posso fare a meno di domandarmi come faccia ad accettare quietamente questa vita, così ripetitiva, in qualche modo faticosa, soprattutto non sua. Cerco nel suo sguardo sintomi di ribellione (che solo molto dopo ho capito albergare solo dentro di me), potrebbe continuare a studiare, potrebbe cercarsi un lavoro e vivere a Ziguinchor, potrebbe…potrebbe? Non ho mai capito se potrebbe veramente dare un cambio alla sua vita che non dipenda dallo sposarsi, eppure quello che col tempo ho capito è che lei è questo che sogna o aspetta, sposarsi e cominciare la sua storia. A Mariama probabilmente la sua vita va bene così com’è e il confronto diretto con un susseguirsi di giovani europei per la casa non le ha fatto cambiare idea. In fondo è fortunata, non deve lavorare piegata in due nelle risaie o nei jardins des femmes[1], e se non ha finito gli studi non è perché è stata data in sposa minorenne come invece alcune ragazze che ho incontrato, come ad esempio Awa.

Awa è una giovane ragazza che lavora in un’associazione di Sédhiou, mentre ci conoscevamo mi racconta che ha accettato di sposare, ancora minorenne, l’uomo impostole dai genitori per non perdere il loro riconoscimento, per rispetto del loro volere. Non felice di questa decisione presa per lei, aveva invidiato un po’ le compagne cui i genitori avevano permesso di scegliere. Ora ha una figlia piccola e chiedendole come si comporterà con lei, mi ha risposto che vorrebbe che per lei fosse diverso. Non so se con sua figlia potrà realizzare quella possibilità che lei non ha avuto, quello che mi ha colpito molto però è stato il modo di raccontarmi la sua storia, ha accettato il volere dei suoi genitori perché non avrebbe potuto vivere in pace sapendo di esser andata contro la loro volontà.

I matrimoni precoci sono una pratica ancora molto diffusa in questa regione ed è facile collegarli all’alto tasso di analfabetismo femminile, tra i più alti del paese. Le bambine/ragazze una volta date in sposa dalle famiglie, sono infatti costrette ad abbandonare gli studi per dedicarsi a marito e figli.

Chi sono i Mandinga?

Ma chi sono i Mandinga? Cercando di capire cosa li definisce culturalmente, la risposta che ricorre mette a fuoco i valori principali di questo gruppo: la lingua e la religione, mussulmana. Antico popolo di guerrieri, si muovevano conquistando e islamizzando e in questi spostamenti la lingua e la religione diventavano bagagli leggeri ma in grado di fondare un’identità. Spesso sono qualificati come uno dei gruppi più conservatori dell’area e non è difficile intuire la forte gerarchia che regola i rapporti interpersonali, in cui donne e giovani, più che in ogni altro gruppo etnico in Senegal, occupano un posto secondario. L’escissione/mutilazione genitale femminile, per quanto proibita, è ancora praticata presso questo gruppo e riveste una funzione sociale importante. Una donna non escissa non ha il diritto di parola in pubblico, difficilmente potrebbe prendere marito e in sostanza si trova al di fuori della comunità, esclusa dalla società.

E’ difficile per me, così occidentale, comprendere il sacrificio della propria persona per il rispetto della tradizione, dei ruoli nel gruppo-comunità, dell’onore. Il riguardo per la famiglia, per gli anziani, l’impossibilità morale di rinunciare alla benedizione dei genitori, sono principi forti nella società senegalese, ma mentre ero lì, avrei voluto scrivere un elogio del rifiuto, della disobbedienza, del ‘tradimento’ , atti che diventano per me necessari quando sono in gioco la nostra vita e il nostro benessere. Questi valori però non spiegano tutto, accanto ad essi, infatti, c’è una dimensione materiale di totale dipendenza che rende difficile, se non impossibile, poter fare scelte autonome, e quindi potenzialmente critiche. Pur lavorando l’80 per cento della terra, quasi mai le donne ne sono proprietarie e, di infatti, l’accesso alla terra è uno dei temi più sensibili e cruciali in questo momento.

Eppure molte di queste considerazioni restano forse semplici e sicuramente parziali.

Certo le realtà di queste donne balzano agli occhi e infiammano le viscere del mio animo tubab. Se non fossi restata a lungo probabilmente la differenza che osservavo e vivevo sarebbe restata cristallizzata in un giudizio d’‘ineguaglianza’. Non sarei riuscita a vedere altro di questo mondo femminile, che è invece molto più ricco e intricato di quanto appare.

La realtà è che Sédhiou è un ibrido in evoluzione e confonde. Questa città di circa 20 mila abitanti, della dimensione urbana ha forse solo la taglia e le ambizioni, ma nel ritmo quotidiano e nel vissuto profondo resta un villaggio, un grande villaggio che si estende ogni giorno di più. Esistono scuole e centri di formazione professionale che rendono le opportunità di studio più alte che nelle zone rurali e forse da questo in parte vedo scaturire alcune contraddizioni. Se, infatti, a scuola ci si proietta in un mondo che ancora non esiste nella realtà, di ritorno a casa è un altro mondo, con tutti i suoi obblighi e divieti, che stabilisce l’orizzonte delle cose. Un’immagine che riassume quest’universo in bilico tra ‘tradizione e modernità’ è un ricordo di un pomeriggio: un ragazzo e una ragazza, giovanissimi, vestiti attillati e occhiali scuri contro l’abbacinante sole, camminavano portando tra le mani una gallina sgozzata. E’ come un’istantanea di una parte di questo mondo, con i suoi giovani che hanno la testa e i sogni in Europa o in America e i piedi ben piantati nella terra rossa di Casamance. In questo confronto-incontro con un occidente molto presente e pressante, il mondo tradizionale, rurale, africano s’interroga e si trasforma certo, e lo fa a modo suo.

Durante i festeggiamenti per la giornata della donna una conferenziera ha dichiarato che in Africa il cammino per l’emancipazione femminile si farà insieme agli uomini, camminando a braccetto. Con questa frase, per me sorprendente, intendeva marcare una peculiarità del femminismo africano, contrapponendolo al percorso occidentale. L’immagine è emblematica e racchiude l’essenza del discorso: il come. Nel pensare il cambiamento e le possibili evoluzioni della loro condizione sociale, le donne africane vedono negli uomini un alleato da coinvolgere.

On est ensemble ci si sente spesso dire quando ci si saluta, quando ci si mette d’accordo, si organizza qualcosa; quest’espressione restituisce e rappresenta un modo di fare, il come si fa, che è il cuore di tutto. Tanto le cose in sé, chi sa come andranno, funzioneranno, tutto succede inch’allah, se dio vuole; ma tutto si realizza nell’orizzonte comune del on est ensemble. Questo è l’insegnamento più prezioso che ho ricevuto.

Se all’inizio non riuscivo a veder altro che il lato ingiusto e duro nella vita di queste donne, poco a poco son riuscita ad aprire gli occhi e ampliare lo sguardo. Nella loro pazienza, nei loro sorrisi mai stanchi, nella dolcezza non fragile e nell’equilibrio delle loro schiene dritte sotto i pesanti carichi risiedono una forza e una profonda dignità, quella di chi sa accettare e assumere la propria condizione vivendola appieno.

Sono cosciente che è c’è tanto altro che non sono riuscita a vedere, ma ho imparato che osservare non è semplice. E’ anzi un apprendistato grandioso e nobile che ti conduce a sospendere il giudizio, mentre fai un passo indietro perché l’altro possa mostrarsi e tu riesca, inch’allah, a incontrarlo/vederlo.

Chiara Bonafede


[1] Letteralmente significa i giardini delle donne, sono grandi orti comunitari coltivati dalle donne per il sostentamento della famiglia.

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