Al di là del dire e del fare

domenica 15 Maggio 2016

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Prima di arrivare a Doboj sapevo ben poco della Bosnia ed Erzegovina e quel poco che credevo di sapere era legato alle immagini di guerra che giravano sui nostri televisori negli anni ‘90. Non capivo l’esistenza della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, dove Doboj fosse situata ma soprattutto ho capito che avrei dovuto ascoltare molto per comprendere, ascoltare le contraddizioni di un passato violento. Le chiamo contraddizioni perché spesso le esperienze personali di chi vive la guerra vanno oltre i fatti storici, evidenziandone l’assurdità.  Ammetto che ho speso molto tempo ed energie per accettarlo, spesso non mi è stato facile ascoltare storie drammatiche o fissare occhi lucidi e spenti nel ricordo di una guerra civile infame e recente che ha condizionato il presente di molti giovani.

Sono stato accolto molto bene in questa cittadina di circa ottantamila abitanti. Una città piacevole con  paesaggi interessanti come ad esempio la fortezza medioevale. Ai gradevoli squarci della città il mio occhio straniero si è lasciato infastidire e incuriosire dalla presenza estetica della guerra, ancora lì  in molti edifici e strade; dopo alcuni mesi ho imparato ad ignorarla come se quei fori, tetti crollati o avvisi riguardo la presenza di mine, fossero elementi decorativi ma certamente alibi per giustificare lo stato di vittima o di carnefice.

Per sei mesi ho lavorato nel centro dei giovani, un vecchio rifugio antiaereo, un vero e proprio bunker utilizzato in passato come centro di comunicazione ed oggi valorizzato dall’associazione Carpe Diem grazie ad un finanziamento stanziato dall’Ambasciata Norvegese di Sarajevo.
Grazie a quel bunker ho avuto modo di conoscere numerose persone, persone fantastiche con le quali ho condiviso momenti di importante scambio culturale ma soprattutto istaurato profondo legame umano.
L’associazione Carpe Diem mi ha dato la possibilità di organizzare diverse iniziative come eventi culturali,  eventi a promozione dei diritti umani, un corso di lingua italiana e un corso di chitarra.

La mia esperienza SVE è stata breve ma molto intensa. A Doboj ho avuto modo di confermare a me stesso l’importanza dell’utopia, quella che noi chiamiamo tale, come unico percorso tangibile per un futuro diverso e forse migliore per gli esseri umani, consentitemi la presunzione. Ho imparato che nascere in Italia non è stata una mia scelta eppure ho ottenuto il privilegio di poter essere un migrante autorizzato e avere maggiori possibilità di conoscere, trovare un lavoro e sentirmi libero di scegliere uno stato “europeo” più idoneo alla mia persona. Io posso e penso a chi non ha ancora le stesse possibilità ma penso soprattutto a coloro che scappano non solo dalle limitatezze economiche ma dalla violenza, persone che arrivano in Europa come cadaveri ammucchiati in camion attraverso la rotta balcanica o che muoiono fra le onde della speranza nel Mediterraneo. Il Servizio di Volontariato Europeo mi ha insegnato che la libertà non può essere un privilegio ma un diritto che va esteso a tutti e tutte da adesso e senza condizioni.

Emanuele Cusimano

volontario SVE all’interno del progetto Erasmus +  “Many Opportunities Real Equality”


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