Il CESIE esprime preoccupazione per la continua
escalation di violenza nel conflitto israelo-palestinese
Chi ha paura della pace?
Dubbi sul blitz che ha fermato la spedizione umanitaria diretta a Gaza
Le sei navi in rotta verso la striscia di Gaza erano cariche di carrozzelle a motore per gli invalidi, medicinali, cemento, mattoni, legno da costruzione, generatori per corrente elettrica, desalinizzatori e potabilizzatori, tendoni per sfollati, cento case prefabbricate, alimenti per bambini, giocattoli, vestiario per un totale di oltre 15 milioni di euro.
Sono informazioni che arrivano per voce della giornalista Angela Lano, una dei sei attivisti italiani reduci dalla spedizione della flotta di aiuti per la striscia di Gaza fermata da un sanguinoso blitz israeliano.
La cronaca della tragedia la conosciamo tutti e bene: abbiamo visto i tg, sentito la radio, letto le agenzia di stampa internazionali. Ci siamo indignati, siamo rabbrividiti, ci siamo arrabbiati di fronte ad una violenza così cieca, quasi meccanica.
Ma pian piano lo sgomento che ci ha assalito nel momento in cui abbiamo appreso la notizia faceva posto ad una riflessione più ampia.
Ed allora ci siamo chiesti che significato potesse avere un’operazione di guerra del genere, caratterizzata da questa violenza pura, orientata a bloccare del personale cooperante internazionale, a fermare degli aiuti umanitari, a destabilizzare ancora di più un territorio ed una popolazione provata da decenni di violenza giornaliera, dai check point per fare qualche kilometro, da una vita sotto controllo, da una vita di continuo terrore.
Ma il conflitto israelo-palestinese sembra sempre più bloccato nella “paura” della pace delle parti e nelle continue escalation di violenza in questa guerra che non conosce sosta, in questa guerra asimmetrica.
Il CESIE – Centro Studi ed Iniziative Europeo, da parte sua, testimonia la propria vicinanza ai familiari delle vittime, condannando le modalità e le motivazioni che hanno portato all’offensiva armata, in acque internazionali, contro un’iniziativa di solidarietà e di cooperazione.
La violenza genera violenza, e non si può cercare la pace, una pace condivisa, costruita, voluta, erigendo muri, occupando territori, controllando in maniera unilaterale le risorse idriche e fomentando l’odio reciproco.
Ebrei israeliani, musulmani palestinesi e cristiani, devono e possono vivere insieme. E’ questa l’unica possibilità di pace: l’accettazione, la comprensione, la valorizzazione delle reciproche differenze culturali e religiose. Non c’è altra strada.









