Il 31 maggio 2016 mi sono imbarcata su un volo diretto per la Spagna, ma facciamo un salto indietro.

Dopo essermi laureata in Scienze della Comunicazione e aver vissuto uno dei periodi più estenuanti della mia vita, il mio unico desiderio era una pausa. Non una pausa qualsiasi, non una pausa da ozio improduttivo, ma una pausa – come mi piace chiamarla – liberatoria.

“Liberatoria” perché sentivo la necessità di dover liberare una grossa parte di me che, per varie circostanze, reprimevo e/o venivano represse.

Un gioco importante, in questo contesto, l’ha svolto l’incertezza sul mio futuro e un’abbondante dose di stanchezza. Sì, volevo partire, anzi dovevo. Così è iniziata la corsa al lavoro all’estero, mandando curriculum soprattutto a Londra e Parigi – da cui però non ho ricevuto risposta o non ero adatta al lavoro o non mi trovavo in loco, per cui si creava una sorta di sfiducia-pigrizia a conoscermi da parte delle aziende.

Un pomeriggio mi trovavo in un bar vicino il Teatro Massimo con le mie due migliori amiche: prendevamo un caffè e scambiavamo quattro chiacchiere – più di quattro, a dire il vero. Ancora una volta esprimevo il mio bisogno di partire ed è lì che avviene il miracolo (vocabolo che scelgo di utilizzare con molta consapevolezza): da poco avevano ricevuto un’email dal centro CESIE riguardo un progetto a Torrelodones, a mezzora da Madrid, in un “Giardino dell’infanzia – Waldorf”, per gli ‘ignoranti’ – come me, almeno allora – un asilo.

Non ci penso due volte.

Quel pomeriggio stesso leggo ogni dettaglio del progetto in questione: dovevo appoggiare gli educatori nelle attività quotidiane dell’asilo da fare sempre insieme ai bambini (stiamo parlando di pittura, giardinaggio, cucinare, ecc.), e più in là abbiamo anche deciso che dovessi insegnare italiano. Dunque mi informo sullo SVE, sull’educazione Waldorf e subito mi metto in contatto con il CESIE, mando la documentazione richiesta e in pochi giorni svolgo due colloqui con quelli che poi sono stati i miei tutor.

31 maggio 2016: biglietto in mano, valigie, saluti e si parte.

Credo sia stata la prima volta in vita mia in cui non abbia avuto nessuna “paura dell’ignoto”: volevo solo trovarmi lì, perché qualcosa mi diceva (mi urlava) che sarebbe stata un’esperienza unica.

E così è stato perché in un anno lo SVE mi ha rivoluzionata: il mio progetto mi ha messo costantemente alla prova personalmente e professionalmente, ho avuto occasione di conoscere, conoscermi e confrontarmi con altri volontari da tutta Europa, ho fatto molte amicizie ‘locali’ (attualmente ho più amici spagnoli che italiani); sono cresciuta e sono cambiata, ho dato e ricevuto amore, liberato la mia creatività; ho viaggiato, conosciuto la cultura spagnola, migliorato non solo lo spagnolo, ma anche l’inglese e il francese; ho creato nuove relazioni solide e fortificato le precedenti.

Ho imparato cosa vuol dire “apprezzare le piccole cose”, come ricevere un disegno da un bambino, fare una passeggiata in montagna con i miei amici e i loro cani e respirare l’aria fresca d’autunno o preparare una torta tutti insieme e condividerla a merenda, leggere un racconto, e a “vederle con gli occhi di un bambino”, come quando in giardino si allestisce un circo con sole due sedie per gli spettatori, si mangiano popcorn invisibili e gli ‘acrobati’ realizzano le loro pericolose acrobazie saltando da ben 20cm di altezza o quando nevica e a bocca spalancata verso l’alto si ringrazia il cielo per ‘un fresco gelato a forma di palline’ e tutto si tinge di un bianco splendente.

Il mio cambiamento lo devo soprattutto a loro: ai miei bambini.

Alla fine del mio volontariato, mi è stato proposto di rimanere a lavorare a scuola per altri due mesi (per me un regalo, non una proposta di lavoro), per finire tutti insieme l’anno scolastico (in Spagna la scuola inizia i primi di settembre, finisce a giugno inoltrato e subito dopo organizzano delle attività estive che si concludono a fine luglio).

Ho potuto godere fino alla fine della mia esperienza, delle persone che ho conosciuto, dell’affetto ricevuto e dato.

Sono tornata a casa ad agosto per vedere la mia famiglia e le mie valigie non sono mai state così pesanti, ma non per gli oggetti accumulati. Ho portato con me tanta ricchezza d’animo, nuove prospettive, nuovi sogni, una nuova sensibilità, tante lezioni, tantissimi ricordi.

A breve farò ritorno, in cerca di lavoro, perché come ha detto Luca di 4 anni – prima che scendessi a Natale – “in Italia vai solo per le vacanze, ormai la Spagna è la tua casa”.

Grazie Servizio Volontario Europeo, perché non ti ho cercato, mi hai trovata tu e mi hai regalato l’esperienza più bella della mia vita.

 Grazie CESIE, grazie alle mie amiche e grazie alla Spagna per avermi accolta e fatto sentire a casa.

Simona Busalacchi