Equality for Change: scoprendo la condizione femminile ed il significato di “Mal D’Africa”Prima di arrivare in Kenya ero decisamente scettica circa l’esistenza di quello che comunemente viene chiamato “Mal d’Africa” (una parola che in inglese non esiste nemmeno!), ed ero certa al 100% che una cosa del genere non mi sarebbe mai potuta succedere: mi sbagliavo completamente.

Ma che cosa significa “Mal d’Africa”? Una volta mi è capitato di leggere che il Mal d’Africa è un misto di nostalgia, attrazione ed emozioni sfuocate, che ti obbliga a cercare altre persone che hanno vissuto la stessa esperienza per parlarne, potendo così evitare di spiegare sensazioni che, altrimenti, sarebbero impossibili da descrivere precisamente. Beh, ora che sono tornata a casa, posso affermare con sicurezza che non potrei essere più d’accordo.

Prima della partenza nutrivo sentimenti ambivalenti verso l’Africa, essendone spaventata ed incuriosita allo stesso tempo. L’Africa è difatti un sacco di cose tutte insieme: è splendidi tramonti e albe; una natura colorata, vibrante e viva; spazi infiniti e cieli notturni mozzafiato; sorrisi, giornate assolate, chiacchere e vita contemplativa. Ma Africa significa anche povertà inimmaginabile e miseria; è disuguaglianza e rassegnazione, malattie, analfabetismo ed isolamento.

È proprio in ragione di questa complessità che, sperimentare per la prima volta la “vera” Africa  è stato impegnativo, sorprendente, spesso frustrante, ma anche incredibilmente gratificante: il Kenya è di sicuro un posto che non ti lascia indifferente, e viverci è stata un’esperienza di quelle che cambiano la vita.

Il mio SVE, nell’ambito del più ampio progetto “Equality for change” su uguaglianza di genere e women empowerment, si rivolgeva a ragazze e donne che vivono in aree rurali ancora affette dal problema delle mutilazioni genitali femminili (MGF). Le nostre attività giornaliere consistevano principalmente nel pianificare e svolgere incontri e laboratori per gruppi selezionati di ragazze e donne, con il fine di rafforzarne le capacità e l’indipendenza attraverso attività non formali, come teatro e discussioni aperte. La scelta di adottare questo particolare approccio nell’affrontare temi così sensibili, è derivata dal fatto che, per anni, il problema nell’area è stato gestito unicamente attraverso l’introduzione di un divieto sulle MGF, ed imponendo concetti ed idee (tipicamente occidentali) che non sono mai stati discussi o spiegati agli interessati e che, pertanto, non sono mai stati realmente accettati e capiti.

Decenni di colonizzazione e dominio culturale da parte dei Paesi occidentali, hanno influenzato pesantemente il modo di vivere e la mentalità dei kenyoti, creando spesso ibridi in relazione ai quali la popolazione locale tenta faticosamente di adattare e far convivere tradizioni e modernità; un fatto, questo, che oltre ad aggravare la già complessa situazione politica ed economica del Paese, è possibile verificare solo da una prospettiva interna, che rende dunque essenziale – per poter comprendere realmente la società in questione – un’esperienza di vita con, e nella, comunità.

Immagino che svolgere uno SVE in Africa sia una cosa decisamente diversa dal farlo in Europa. Probabimente, si tratta di un’esperienza più impegnativa perché impone un confronto diretto con gli aspetti più problematici e fastidiosi di culture molto distanti dalla nostra, mettendo alla prova nel mondo reale i nostri più alti ideali. In aggiunta, rappresenta anche un’occasione per comprendere cosa significhi essere “diversi”, perché essendo mzungu (la parola utilizzata per indicare chiunque non sia nero africano)  si impara che non si può mai sfuggire dal colore della propria pelle, nonchè (nel nostro caso) da tutte le idee e concezioni errate che anni di dominio coloniale vi hanno ricollegato: leggere la diffidenza negli occhi e nelle parole di chi, tra i locali, interagisce con te può fare male, ma permette anche di aprire gli occhi sull’urgente necessità di costruire relazioni umane positive, specialmente attraverso il volontariato.

Lo SVE può essere un’esperienza che arricchisce, sia dal punto di vista professionale che da quello umano, e per me lo è stata senza dubbio alcuno. Ancora una volta ho avuto la conferma che ogni individuo e ogni luogo vale la pena di essere conosciuto. E non esiste alcun modo per scoprirlo migliore dall’uscire e buttarsi nel mondo, condividendo, discutendo, ascoltando con la mente aperta e riflettendo.

Solo in questo modo ci si può rendere conto che il mondo è, in conclusione, una sola creatura.

Giulia Guietti


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